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SOFFIA LA TRAMONTANA

Purtroppo è giunto il  momento di una lunga pausa, sarò assente per circa quattro mesi. Causa lavori di ristrutturazione, sia esterni che interni, della casa, andremo temporaneamente in un’altra abitazione e lì, non è presente la linea adsl, di conseguenza non potrò collegarmi, a meno che e spero vivamente sia così, ci sia nei dintorni una connessione non protetta. So già che avvertiro la mancanza di tutti voi. Credo comunque che ogni tanto, approfittando del pc di mio fratello, mi affaccerò per un saluto. Spero che questo tempo voli via veloce. Vi lascio con un poesia che ho scritto proprio ieri, sperando che quella stessa tramontana porti il mio fraterno abbraccio a tutti. Ciao!!! sempre con sincera amicizia, Vito

 

 

 

Oltre un diradar di crinali che scendono,

sfumando, si affievolisce un tramontare

e come un tenero amante, il pallido rosa,

s’annullerà tra le braccia della sera.

Con lieve soffio, giunge del ponente, il respirare,

che del dì pare, voler spegnere ultima luce.

D’attesa, freme il firmamento oltre il guardare,

son nate nuove stelle e ad occhi non distratti,

ci saran altre albe a donar luce al creato.

S’inargentano di luna, i pini fermi ad origliar la notte,

prezioso è il loro respiro che divien respiro,

e gli aghi ingialliti, di funghi son tepor di coperta,

mentre carovane di nuvole sono in lesto transitare.

Acquista vigore, questo vento pellegrino,

solista musicante che intona i primi accordi,

par dar voce, ad un coro di chiome e spighe

e musicar una notte, carica di intima poesia,

che già la maliarda signora con l’abito da sera,

di nube, scosta la delicata tendina che cela,

per divenir spettatrice, assisa sul loggione del cielo.

E’ un sommesso crescendo che pausa non conosce,

questo frusciar di voci che armonica la notte

e s’arrampica nell’attimo a raggiunger l’ottava,

nelle case, le vite si veston di gioie, dolori, speranze

e del distratto udire del soffio di tramontana.

Vito

 

Licenza Creative Commons“Soffia la tramontana” by Vito Montalbò is licensed under a

Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia License.

Dal 2000 in base alla legge 248: “….tutti i testi che vengono pubblicati in internet sono automaticamente protetti dal diritto d’autore. L’art. 6 della legge 633/41 stabilisce che ogni opera appartiene , moralmente ed economicamente, a chi l’ha creata .. Pertanto e’ illegale (legge 22 aprile 1941, N° 633- legge 18 agosto 2000, N° 248, copiare, riprodurre ( anche in altri formati o supporti diversi), pubblicare parte di essi se non dietro esplicita autorizzazione.. La violazione di tali norme comporta sanzioni anche penali… “ L’autore scrivente: Vito Montalbò intende avvalersi di tale legge per eventuali furti di poesie, o starlci di esse, pubblicate

ANTICA VEDETTA SOLITARIA

Questo è un mio personalissimo omaggio ad una figura che da sempre, riveste in me un grande fascino.

Tra monti scolpiti dal rude pennellar di vento, t’ergi solitario tra le brine del mattino, mentre il tuo sguardo, fende lievi foschie che ammantano i silenzi di valli ancora assopite. Solitaria vedetta in immobil scrutar di nemico, segreto ormai, per te più non riveste, il sibillino vociar di natura e le mille sfumature che dipingono le nubi, quando il sol china lo sguardo suo. Odi dell’acque, la poesia dello scrosciare, del fior che spunta dal nevoso manto, a vegggenza di disgelo, il declamar bellezza, mentre nel grido dell’aquila che maestosa volteggia a mirar preda, lo sterminato amore per chi attende in lanoso giaciglio. Aliena al tuo udire, più non è la voce dell’animo tuo, che in assenza dell’inquinar di clamori, divien come eco di valle e quando il vento del mattino, con dolce canto, pettina la tenerezza delle nuove erbe che salutan primavera, con esso par voler dialogare. Triste divieni, quando all’amor tuo lontano, vola il pensare e non ti accorgi del germoglio d’un sorriso che nasce su tuo volto, quando l’immaginar ti porta a vedere sullo schermo della mente, il lungo abbraccio e un caldo bacio condito da gioiose lacrime, che sigilleranno la fine, seppur temporanea, di una distanza. Pensi a come l’amore, non dovrebbe mai essere un sospirar lontananze, ma un dialogar di cuori, talmente vicini, da poter sentire l’uno, il pulsare dell’altro, ma forse, questo anelar presenza, ne amplifica il loro udire. Continui con lo sguardo ad indagar orizzonte, non v’è traccia alcuna del nemico e torni ad ascoltare i tuoi pensieri, ambasciatori dell’animo che chiedon udienza. Ti senti minuscola parte dell’immenso, pagano adoratore della maestosità dei monti, che paion corona senza diademi posta sul capo del mondo, che s’eleva fino a divenir tocco di cielo. Quasi una sensazione di potenza, che spontaneo viene, chieder perdono al Signore, contamina la mente, quando, rapito da incanto, guardi nel vuoto sotto di te, uno scivolar di singole nubi su ali di dolce vento, che la via del ciel par abbiano smarrito. Quando il tramonto s’accinge ad aprir la porta alla sera e il sole disorienta un mare di girasoli, senza rendertene conto, ti sollevi in punta di piedi, quasi a voler sbirciare oltre le vette imbiancate, per scoprire dov’è posto il suo giaciglio. Interrogar il paesaggio resta priorità, abile è il nemico ad occultar movimento e già la notte ha avviato il suo cammino, che levante ormai, avvolto pare, dal suo abbraccio. Più vicine, paion lì, le stelle, che il loro dialogare quasi si può udire, vien voglia di allungare la mano e cogliere le più luminose, diademi da porre nei capelli dell’amata. Amico d’un tempo che fugge via, è questo adornar la mente di dolce pensare e già l’aurora divien poeta del mattino, che dall’aprir di finestra su di una lontananza, di luce declama una poesia. Dal sentier, che tortuoso, un cammino disegna tra i monti, vedi ingrandirsi sempre più, la figura di un soldato che giunge a rilevar posto: “Del nemico non v’è traccia alcuna”, son le parole che accompagnano una stretta di mano e lento, quasi a malincuore, ti avvii verso un riposo voluto sol dal fisico, ma non dall’animo tuo. E’ già nostalgia, quella che indietro fa voltar lo sguardo tuo, ritta, una figura si staglia confusa tra i monti, una figura che vestirsi sa di poesia,  quella di una antica vedetta solitaria.

Vito

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“Antica vedetta solitaria” by Vito Montalbò is licensed under a

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A GIULIETTA E ROMEO

La festa degli innamorati è un momento simbolico, quello di un amore che si estende a tutti i giorni dell’anno. Secondo me, il simbolo di quell’amore legato indissolubilmente al romanticismo, restano sempre Giulietta e Romeo.  A loro, un paio di anni fa, ho scritto questa poesia che riporto di seguito e alla quale sono molto legato. Buon San Valentino a tutti.

 

 

 

 Romantica luce,

flebile irradia i giorni dell’addivenire,

di eterno amore ne canta gli echi,

che da lontano le menti seduce

e di soffici riverberi lascia visione,

nell’unisono estasiar di cuori.

Mai la vostra sinfonia conobbe lo sfumare,

note d’eterno scolpite,

che la dea dell’amore, erta su spumose acque,

par udir cantare.

Tra un silenzio di foglie

assopite da un seducente incanto,

in alto il tuo guardare

si nutriva di visione,

che tutto parea un sognare.

Candida era l’amor tuo gentile,

eterno bocciolo di rugiade imperlato,

luce di sorriso che i sensi adagiava

su soffici nuvole d’amore,

sospinte da un carezzar ventoso,

a striare il nascere di nuovi albori.

Oh! balcon fiorito, dolce è l’ospitar bellezza

 in perpetuo d’amor cantata,

l’udir sospiri d’amanti, che cinico tempo,

il vigore scemar non osa.

Testimone sei del gran sogno d’amore,

che avversar, destino voleva,

fato beffardo che solo il nome legger sapea,

e non i loro cuori

e che forza donava a chi dividere voleva,

con corazza d’orgoglio.

Chiaro mattino era Giulietta

tra l’oscura coperta della sera,

luce dorata, che sino allo stellar del firmamento

potea prestar splendore,

mentre cauto, celato da penombra,

con il guardar pieno di sole,

l’amor suo Romeo, ferendo il silenzio,

voce donava al cor suo,

elevando parole d’amore tali,

che sempre saran

commozione d’amanti.

Di fosca luce pare,

della soglia del domani,

ingrigirsi il guardare,

sian sempre di disonor marchiati,

color che soffocano l’altrui amare,

ma non vi è freddo inverno,

che impedisca il primaveril germoglio

e se l’umano vivere,

ha posto muraglia a impedir cammino,

pietosa morte, dai vostri corpi

ha liberato l’anime in eterno amare.

Vito

 

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“A Giulietta e Romeo” by Vito Montalbò is licensed under a

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GUARDANDO IL MARE

Qualche giorno fa, la cara amica Felicetta, ha postato sulla sua bacheca di facebook una immagine che rappresentava il mare. Era talmente bella e suggestiva che sono rimasto un po a guardarla. Mentre la osservavo, ho sentito come un impulso di scrivere alcuni versi dedicati all’amico mare, poesia che ora riporto qui di seguito.

 

 

 

 

 

S’erge al tuo limitar il sontuoso nascere
mentre io, assiso nel luceare di primo chiarore,
sovrastando mete, d’onde che sciabordano,
mi nutro d’un rimirar amene lontananze
e di neri battiti d’ali in voli paralleli,
che pennellano l’astro su di te assiso
e che lento, sull’acque allunga la sua mano,
ambasciatrice di un’ultima carezza,
della notte che altrove spegne un giorno
e accende lo speranzoso sorgere di nuovi sogni.
Ipnotico è il danzar d’onda che s’acquieta,
mentre il sol dall’alto riverbera il tuo manto
nel giocoso rincorrersi di sguardi suoi,
che lo stellar del cielo par in terra dimorare
e l’alghe son un rivestir di mute rocce,
alitate dal fresco sospiro di brezze lontane
che istigano l’ultimo bacio d’un onda che muore.
Socchiudonsi gli occhi ad inspirar profondo,
che d’aria, lo speziar aleggia in nobili sentori,
arcani codici inviati nel sopir d’un tramonto,
da tenaci piante nutrite di vento e di sale,
figlie dell’affetto d’una pietra dal burbero apparire.
Gia s’appresta il sol a percorrere l’arco nascosto,
e malinconiche l’acque divengon sfumar di toni,
fino ad indossar la scura eleganza della sera,
per divenir contrasto d’uno specchiar di luna,
mentre io, statua cui il vespro attenua i contorni,
mi perdo in pensieri che migrano nel tuo immenso.

Vito

 

 

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“Guardando il mare” by Vito Montalbò is licensed under a

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L’AMORE

Alcuni giorni fa, ho commentanto un bellissimo racconto dell’amica Res, un brano di scrittura creativa che consisteva nello scrivere un racconto nel quale bisognava inserire quindici parole prestabilite proposte da altra persona. La stessa amica, conoscendo la mia passione per la scrittura, mi ha proposto di scrivere anche io un brano con le stesse quindici parole. Ho accettato molto volentieri, ed ho scritto questo piccolo testo sul tema dell’amore. le parole da inserire erano: Dolcezza – Gioia – Dolore – Amici – Cavalieri – Avventure –Propositi – Casa – Collina – Quartiere – Città – Baia – Asfalto – Legno – Cortile. Trovo sia questo un esercizio che stimola la creatività e ringrazio di vero cuore l’amica Res, per avermi coinvolto.

 

 

 

 

 

Sin dall’accecante sprazzo della prima aurora, s’udì dell’amore il primo vagire e subito, come erranti cavalieri che ignoran meta, s’avviò a solcare i viali dell’eterno. Infinita gioia dona il suo carezzare, quando alita il cor con l’ugual dolcezza del breve baciar d’un nevoso fiocco ad un petalo di rosa e di luminoso chiarore accende la limpida baia di due occhi da dolce vision rapiti. Amore, molte son le vesti c’adornano il nobil sentimento, che tanti fratelli esso pare, rami diversi in dipartir da medesimo tronco. Da quello senza limiti, offerto tra l’atroce dolore su di un incrociar di legno, dal divin pensiero vestito di carne e umana debolezza, a quello sospirato nell’avvolger d’un abbraccio, in una calda notte in cui la luna par inargentare i contorni di una collina addormentata. Ispirator in tempi andati era, dello scorrer di piume nel frusciar di pergamena, quando l’intinger in calamaio vestea d’inchiostro le mille avventure di lui nutrite, vissute nel nobil poetar di giovani sognatori, immersi nel fioco chiarore d’un tremolar di fiammella che luceava in diroccate dimore, che di casa avean sol parvenza. Forte divien il patire, quando in nome suo si impone l’onta del tradire, la vita, che parea poggiata su colosso di maniero, diviene come nave cui rotta par smarrita e il periglio di conoscer le graffianti carezze del duro asfalto, è quello d’un equilibrista c’attraversa il vuoto in balia di forte vento. Ecco allor spuntare uno dei rami che diparton dall’albero dell’amore: la mano tesa d’amici sinceri, che divien àncora dal certo appiglio e il lor sorriso, faro verso cui orientar il lento risalire. Giungon ancora echi di miti lontani, proposti all’udir d’anime sognanti, dal cantar d’aedi senza tempo, storie d’amanti avversati dall’umano orgoglio, serenate celate da penombra d’un mormorar di fronde, ad occhi di cielo che splendean su balconi di quartieri ai margini d’antiche città, assopite sotto lo sguardo di infinite sentinelle frementi in remotissime lontananze. Da sempre l’amor invade sentieri di vita e pur ora incendia un cuore, nel cortile assolato da una tarda primavera o nel sogno di una notte che è madre dell’albeggiare di un nuovo dì.

Vito

 

 

 

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“L’amore” by Vito Montalbò is licensed under a

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SIGNORE DEL TEMPO

 

 

 

 

 

Con voce di supplica rivolgo il mio parlare
a te o signore del tempo che siedi sull’eterno.
Come carnascialesco orpello imponi il mutare,
che la decadenza par sia, il verbo tuo da coniugare.
Par cinico il tuo dettame a cui niuno può fuggire,
financo il floreal bocciolo, nutrito dal mattutin chiarore,
che petali diverrà, in lento appassito cadere,
o il tenero vagito c’accende un cor di madre,
avviato ad esser lamento, d’un esalar d’anima stanca.
Ferma ti prego, nella clessidra in cui sorge il divenire
e com’adorno prezioso reca il nome dell’amor mio,
il lento e inesorabile tuo scivolar sabbioso,
fa che le setose guance di primavere accese,
inebriate dai dolci bagliori del suo sorriso,
sian insuperabile barriera ad un solcar di ruga
e i dintorni in cui regna l’albeggiar degli occhi suoi,
li dove l’emozione adagia un imperlar di rugiade,
sian sempre nobile accesso, alle valli dell’anima sua.
Fa che il corpo, mai si pieghi all’inesorabile
e il passo, ritto e fiero, sconosca il duro inciampo.
Odo nell’aria, come di vento una voce austera,
incerto il suo provenir, che par da ogni dove,
parole che son risposte al mio ardito dimandare:
“lento scorre il tempo, di vita a maturar stagioni,
tutto divien schiavo suo, fuor che il sentimento.
Tema non avere del natural suo decadere,
che quando l’amor, dell’esistere divien sovrano,
pur l’offuscar di crepuscolo, ambasciator della notte,
di somma poesia, divien melodico declamare”.

Vito


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“Signore del tempo” by Vito Montalbò is licensed under a

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NOTTE FATATA

Dopo: “Sognare”, “la valle degli arcobaleni”, “Sogno di una notte di plenilunio” e “la regina delle stelle”, torno a scrivere un brano Fantasy, un genere che mi piace molto. Spero che questo racconto, che terminato proprio oggi e al quale mi sento legato, vi piacerà.

Fantastica notte s’apre al guardare, notte ove il possibile aliena ogni limitar di barriera e in voli lontani, come fiocchi di neve rincorsi dal vento, si libra il fantasticare mentre, sfuggendo furtivo al vigilar del razionale, giungon dal forzato esilio dei tempi andati, creature d’incanto e d’antica memoria. Notte fatata, da chiaror di luna illuminata, che si dona solo a chi s’adagia sul mare della fantasia e dalla nenia del suo dolce ondeggiare sa lasciarsi cullare. Fluttuan leggiadre le antiche vestali, candidi veli fan nell’aria svolazzare e ondeggiando i lor capelli, sete che brillano al riverberar di Selene, dolce le elevano il lor cantare: “Pallida dama dei sogni regina, sul trono della notte assisa, faro che direziona il cheto scivolar del vascello dei sospiri, romantico specchio sei della luce del rosso titano, quando paziente è in attesa dietro le porte di un’alba ancor lontana. A te, il viandante della notte, assiso ai piedi d’un brusio di castagno, indirizza il guardare a cercar auspicio, mentre l’argenteo tuo sguardo, trasforma l’abbraccio di due innamorati, in luce di perla nel forziere dell’amore. Fa che tutti gli amori, che come sbocciar di rosa fioriscono sul viale del sentimento, non conoscano il gelido tocco di rovo dell’oscuro inverno, che alleato della sera ruba terreno ai confini del tramonto, ma solo il dolce tepore d’accese primavere, che dell’eterno fuoco del fato, recan la soffice luce della speranza. Spandi chiaror o bianca dama, fallo più che puoi, perché appena la civetta, avvolgendoli con l’ala, accompagnerà i suoi figli nelle valli dei sogni, il sol, la sua luce, da te si riprenderà”. Or danza giuliva la candida vestale e in punta di piedi piroetta sulla via d’un arcobaleno di luna, che incorniciando il cielo in un molteplice sfumar di toni dal bianco all’argento, la condurrà oltre le nubi che s’adagiano in lontan orizzonte, lì dove la fonte dell’antica sapienza e quella dell’eterna fanciullezza, zampillano insieme nel torrente dei sogni le cui acque fresche e pure, l’anima e non il corpo san dissetare di chi, a esso sa abbeverarsi a mitigar l’arsura d’un razionale che opprime. Fili di seta paion luccicare per terra, scie donate alla notte dal lento scivolar di pazienti lumache, in viaggio sin dal primo sentore della sera, per raggiungere i teneri fili d’erba che grondan rugiade, tra i primi chiarori d’un nuovo giorno che nasce. Tutto sembra un sogno, tutto par magia ma resa è sol del logico che va via. Spunta furtivo, dalla maestosa possenza d’una quercia secolare, il furbo guardare d’un esile folletto, nei suoi occhi reca vision di vero, di quelle che son per noi antiche memorie sopite, rimembranze cadute nell’oblio dei tempi, e che sol pochi echi sono rivissuti nel favolar di nonni, dinanzi al crepitar di ceppi e a due piccoli occhi di stupor spalancati. Par quasi voler proiettare ciò che anima la sua mente, enormi statue di re che rapivano il guardare e al ciel gloria contendevano. Il vero rasentava le loro fattezze, che in vita ancor parevano e il cinico e imperturbabile scorrere del tempo, dono avea fatto loro del prezioso frutto dell’immortal esistere. Visione inoltre reca il suo guardare, d’ariose valli e criptiche danze di festosi calabroni librati a corteggiar corolle, mentre giovin fanciulle s’aprono all’amore senza il timore di futuri patemi, perché il nobil sentimento facea vedere negli occhi di due amanti, sol l’immagine di chi il proprio cuor avea rapito, dolce prigione da cui l’evadere mai era ambito e financo la morte, limitar non era, ma futur proseguire mano nella mano, negli aulenti viali dell’eternità. Di pollini luminescenti s’affolla questa notte e tutto pare un vorticar festoso, mentre son pronti su ogni ramo, migliaia di bruchi giunti da ogni culla d’alitar ventoso. Del gallo dell’est attendono il primo canto, per coniugar la fine con il verbo dell’inizio e svolazzar nell’aria, in una nuvola di gentili farfalle che salutano la vita, prima di partir in cerca del loro primo fiore. Giunge a cavallo d’una frescura di ponente, il sommesso vociare d’un mare che dista sol uno sguardo d’orizzonte, par il suo quasi il voler consolare le pene d’amore di tristi sirene, innocenti vittime del parlar d’antiche credenze, d’esser il loro melodico canto, irresistibile esca di fatal inganno. Giaccion ora in attesa d’un nuovo cantor, che doni sublimi versi capaci di sciogliere il grigio velo dell’altrui menzogna, abile occultatore del loro nobile cuore e faccia invertir rotta a un fato, che nefasto, da tempi immemori disegna il cammino della loro vita. Già l’oriente inizia a vestirsi di chiaro, lentamente sbiadirà questa notte in cui tutto sembra un sogno, tutto par magia, ma resa è sol del logico che va via.

Vito

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“Notte fatata” by Vito Montalbò is licensed under a

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LA NOTTE DI NATALE

Questo è un racconto che ho scritto circa tre anni fa, descrive la notte di Natale vista con gli occhi di un pastore di quel tempo. Lo ripropongo con qualche piccola variazione. Questi giorni sarò impegnato con il presepe vivente che verrà realizzato a Polignano, in una location di autentiche, antiche grotte naturali, riuscendo a ricreare una atmosfera davvero speciale. Di conseguenza non so, fino a Natale, quanto tempo potrò stare al pc, quindi porgo ora, a tutti voi, amiche ed amici, e ai vostri cari, i miei più sinceri auguri per un felice e sereno Santo Natale.

Serena è la notte, frementi fiammelle costellano il cielo e come trapunta di fiabesca seta d’oriente, incantano il guardare. Non anelano chiusura gli occhi stanchi che mirano la volta, ma voglia di immenso, tra la semplicità dei profumi cullati dal vento e l’intensa fragranza di erbe brucate sul ciglio di un tramonto appena spento, per far posto ad una sera, nella quale, una strana e sconosciuta emozione par volersi unire all’aria, fino a divenir respiro. Un tepore di vello, mitiga il gelo che il regno della notte dona con tocco d’agrifoglio, mentre, steso in attesa di un ambito dormiveglia, il pastore, assorto nei pensieri che vagano per i meandri della sua mente, assapora l’atavico senso di appartenenza con la nuda terra. Non cela segreti l’immane luccichio, che in lunghi anni di incantata visione, gli ha donato familiarità, unione di stelle che ad immaginare, forman figure che il mito rimembra. A distanza di un attimo, tante lanose figure, accovacciate come cotonate macchie simili a spruzzi di schiuma, sono dormienti compagne intente nel sogno di profumati pascoli e di piccoli agnelli, che tremolanti, s’affacciano all’alba della vita. Come d’incanto, i suoni, figli di una sera in cui un avvolgente mistero dona il suo sentore, svaniscono nell’aria mostrando  le porte del nulla, da dove, sospeso nel buio, un candido messaggero circondato d’aurora, avanza fluttuando verso il suo stupore. Ondate di serenità gli inebriano l’anima, i suoi occhi, colmi di incredulità, mirano estasiati quei riccioli di sole che adornano un luminoso sorriso. Un voce che non genera parole, ma dolci sonorità, pervade l’aria, il nunzio dell’amore parla di un re, nato nella reggia della povertà, immane è la sua potenza, che già la morte ha iniziato il suo tremare. Or che ormai svanito è l’alato prodigio, il buio, fiero ha ripreso il suo posto con tal intensità, che un dubbio di sogno insinua la sua mente. Un lontano bagliore che par solleticare l’orizzonte, una forza che attrae, diventa mèta che attende il suo cammino, già iniziato con l’incredulità di chi non ricorda un come, un perchè. Lungo è il percorso che si snoda nella notte,  sospinto da una forza che non sente sua, procede sotto una luna che sorride, in compagnia di un gregge e di mille domande che si perdono nelle stelle più luminose che mai. Mattoni di fango coesi dalla povertà, formano le prime case, isolate come avanguardie e custodi di tanti sogni che evadono da una realtà che è vestita con gli abiti della povertà. Davanti ai suoi occhi ormai avvezzi allo stupore, una bellezza mai vista gli accarezza l’animo, quanta luminosità in quella grotta, un chiarore alimentato dal calore dell’amore, che parole non rendono idea. Accovacciati a donar tepore, l’umiltà di due mansueti amici, mirano il bocciolo di sorriso di un bimbo da poco venuto alla luce, quella stessa luce che sembra di suo dominio, e di guardarlo, l’occhio non si stanca, che tanta bontà il cuor gli nutre. Il viso della madre è pervaso di poesia, dolcezza infinità spande nell’aria, avvolta d’azzurro, il suo sguardo soave scioglie i cuori, facendo esalare mestizie e patemi, che ostili sembravano ad uno sradicare. E’ tale la fonte di immensa grazia, che non avverte lo scivolare di due lacrime che accarezzano il suo viso e che fuggono da lunga prigionia. Quasi a margine di tanto splendore, abili mani stringono un nodoso bastone, meno visibile è la sua gioia, il sentimento  non plasma il suo volto, segnato dal duro lavoro e da un ruolo che il comprendere ha fatto fatica. Il pastore, in preda a ignote emozioni, volgendo lo sguardo al cielo, chiede risposta a come, in tanta umiltà sia racchiusa una immensa grandezza, figlia di un amore senza confini, un amore che è preesistenza e che siederà sul trono del giudizio, alla fine di ogni tempo.

Vito

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Dal 2000 in base alla legge 248: “….tutti i testi che vengono pubblicati in internet sono automaticamente protetti dal diritto d’autore. L’art. 6 della legge 633/41 stabilisce che ogni opera appartiene , moralmente ed economicamente, a chi l’ha creata .. Pertanto e’ illegale (legge 22 aprile 1941, N° 633- legge 18 agosto 2000, N° 248, copiare, riprodurre ( anche in altri formati o supporti diversi), pubblicare parte di essi se non dietro esplicita autorizzazione.. La violazione di tali norme comporta sanzioni anche penali… “ L’autore scrivente: Vito Montalbò intende avvalersi di tale legge per eventuali furti di poesie, o starlci di esse, pubblicate

MARIA

Soavi note, d’antico melodiare inebrian il core,

divin musica che lo scorrere dei tempi sa carezzare,

mani di vento c’arpeggian corde d’immani arcobaleni,

che legan l’aurora, al poetare d’un sole che declina.

 

E’ l’eco d’angelico cantar il nome tuo, o Maria,

melodia di puri spiriti ch’elevan magnificenze

e che dai viali di suprema luce, della preesistenza,

giunge come fonte di sorgente, l’anime a ristorar.

 

Donna fra tante, fiorito è in te il divin germoglio

E quando un celeste e peregrino solcar di stella,

d’infinito amor, ha luceato il viso tuo soave,

l’esser madre, in te ha coniugato l’essenza vera del verbo suo.

 

All’ombra del fato, l’orme hai seguito, d’un figlio già figlio,

fino al tormento a piè di croce, lì dove morte s’illuse fino a resa,

ad essere dal dolor scolpita, in muta rassegnazione

e a nutrir con l’amare lacrime, l’arsura d’un cor ferito.

 

Il tuo candor, in eterno è ora splendor di cielo,

fisso mirar, per noi che orfani mai potrem divenire,

e quando il volto del creator, divien per noi imbronciar di sguardo,

a lui rammenti che in fondo, solo uomini noi siamo,

accendi un sorriso che suadente al perdon invita

e una nuova aurora, divien l’esiliare del burbero ombreggiare.

Vito

 

 

 

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HAIKU

Nella letteratura giapponese non esistono poemi lunghi. La prima caratteristica che si nota in un haiku è la brevità:17 sillabe in totale. L’origine storica dello Haiku si fa risalire al 16° secolo, quando fu popolare un tipo di composizione che veniva composto da un gruppo di poeti che si riunivano in stanze con il pavimento ricoperto da tatami con porte scorrevoli in legno e nessun mobile. Il maestro cominciava con lo scrivere un verso (haiku) di tre righe e di  5-7-5  sillabe, il più importante perchè rappresentava il tema da sviluppare. Un secondo poeta aggiungeva un altro verso di 7+7 sillabe e così di seguito un terzo e poi tutti gli altri. Queste composizioni non venivano firmate e venivano lette ad alta voce e poi commentate. (preso in prestito dall’amica Res che spero vorrà perdonarmi).

Qualche mese fa, l’amica Res  mi sottopose i primi tre versi di un Haiku scritto da lei, dicendomi di aggiungere altri due versi di sette sillabe. Questa forma di poesia mi è subito piaciuta e da allora ne ho scritta qualcuna che oggi voglio postare, iniziando con l’haiku scritto da Res, al quale ho aggiunto i miei due versi.

 

SERE D’ESTATE

                                                                                                                                                                         Sere d’estate

Il cielo cambia veste

Al calar del sole  (Res)

                                                                                                                                                                           Uno sfumar di toni

Inebria il ponente   (Vito)

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             L’AMORE 

                                                                                                                                                                           Cosmico sprazzo

Di remoto bagliore,

eterna forza.

                                                                                                                                                                    E’ giunta dal principio

a concimare cuori

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      MAPPA DELL’INFINITO

                                                                                                                                                                           In me risiede

Mappa di infinito,

arduo percorso

                                                                                                                                                                           si snocciola per valli

di silenzio adorne.

                                                                                                                                                                           ESTATE

Bionde vedette

Chine in riverenza

A dolce vento

                                                                                                                                                                           mentre il mezzogiorno,

scaltro ruba le ombre.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               L’UNIONE

Supremo verbo

Detta l’esistere:

due in uno.

                                                                                                                                                                           In cosmico sprazzo

crea pura essenza.

                                                                                                                                                                         SILENZIO

                                                                                                                                                               Odo silenzi,

l’apparenza di stato,

dolce inganno.

                                                                                                                                                                          Clamori d’animo

Sfuggono l’udire.

                                                                                                                                                                          Vito

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ANTICA SERENATA

 

 

 

 

 

Da candor di luce vestita, mi appari,

tra i fiori chini a riverir bellezza,

mentre in ciel, lo stellar remoto,

fiero s’adagia in narciso specchiare,

nell’infinita valle degli occhi tuoi.

Accendi ti prego il faro del tuo sorriso,

acchè io, marinaio per mari di vita,

e acrobata senza rete su perigliose onde,

direzioni lo sperar d’un canto d’amore,

sulla certa via che al cor tuo conduce.

S’erge il silvano a resinar la sera

e un volo di nube dipinge la luna,

che mesta consegna vessillo di resa,

dinanzi al tuo splendor, o aurora dell’amore.

Mi giungono echi del tuo sentimento,

quasi diapason io, in sincrono vibrare

e lieve è uno spandere, di musica che invade.

Unisono e discreto è il mormorar di foglie,

che metrica pare, voler divenire,

per le sillabe della poesia del vento,

in questa calda sera, che l’amor concerta

e le note di questa mia antica serenata.

Vito

 

 

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PETALI DELLO STESSO FIORE

L’altro giorno, nel blog dell’amica Silvia ho letto di un episodio accaduto ad un bimbo affetto da sindrome di down, al quale gli era stato impedito l’ingresso ad un parco divertimenti. Nel Commentare quell’episodio dissi che avrei scritto un piccolo racconto in merito, che riporto qui di seguito.

 

 

Assiso sull’impero del mezzogiorno, il sole troneggiava alto, spandendo un tepor di carezza, che lenitivo potere aveva, sulle gelide unghiate inferte da una fitta nebbia ormai svanita, un piovigginar di caligine che aveva ammantato i contorni di un tardo autunno. Da dietro i vetri appannati della sua cameretta, che a volte, per lunghissimi minuti, la proiezione della sua fantasia trasformava in confine per l’ingresso in un mondo diverso dal reale, un ragazzo si domandava se il potente astro, si mostrava agli altri in maniera diversa di come si offriva al suo guardare. Carlo era un ragazzo affetto da sindrome di down, era molto dolce, benvoluto da tutti anche se, quando passeggiava con i suoi cari, il curioso guardare di alcuni, come fosse punto nero in campo bianco, lo faceva sentire terreno in cui nasceva la subdola pianta della diversità. Quel giorno Carlo era nutrito da una netta sensazione di felicità, l’indomani si sarebbero recati per la prima volta, al grande parco dei divertimenti, che lui immaginava essere il vero paese dei balocchi. La notte lo avvolse in una magica coltre di sogni dove lui e tanti altri bimbi, mano nella mano correvano veloci, gli pareva che, sollevati da terra volassero su di un velo di nuvola. Lì, il seme della diversità non germogliava, ma inaridiva al cospetto di quell’amore così genuino e incontaminato, che solo i bimbi sanno donare. Nubi a mezz’aria erano incoronate da fiabeschi castelli, mentre enormi scivoli d’arcobaleno li trasportavano in questo sogno che abbelliva la sua notte. La luce del mattino illuminò i suoi occhi che si aprivano, leggendovi una accesa contesa tra la delusione per un sogno appena svanito e la grande gioia per una giornata appena iniziata, che lo attendeva a braccia aperte. Partirono presto, il paese dei balocchi attendeva di vedere quanto lui fosse capace di meravigliarsi di fronte ad una realtà che rifletteva parvenze di sogni mai svegliati. Durante il viaggio, con il fantasticare della sua mente, era su enormi velieri e mai si accorse che il mondo, fuori dai finestrini della macchina, scivolava via veloce. Quando giunsero all’ingresso della felicità, si sentiva posseduto da una strana frenesia, quasi un vibrare di gioia che si irradiava in tutto il corpo. Stava nutrendosi di queste sensazioni, quando udì la voce dell’addetto al parco che con un cenno di capo lo indicava: “per la sua sicurezza, non può entrare”. Per un attimo, non si rese conto di quelle parole, ma subito dopo dentro di lui vide enormi palazzi crollare e le loro macerie gli seppellirono il cuore. Voleva dimostrare di essere un ometto forte, ma le sue lacrime premevano contro il petto facendogli molto male fino a quando, abbattendo i fragili argini che lui aveva posto a barriera, irruppero come un fiume in piena, inondando il suo viso. All’interno del parco vedeva tanti ragazzi divertirsi, perché lui non poteva entrare?…… forse la pianta della diversità esisteva davvero e lì cresceva rigogliosa. Udiva la voce del padre che discuteva animatamente, come giungere da molto lontano, quando avvertì un vago silenzio, tutti guardavano all’interno del parco. Una quindicina di bimbi che si tenevano per mano, venivano verso di loro, pareva fossero circondati da un vago alone e i loro passi sembravano quasi sfiorare il terreno. Quando furono vicini, con suo grande stupore, Carlo li riconobbe, erano i bimbi del sogno. Il più grande di loro, rivolgendosi all’addetto gli disse: “perché fate questo? I bambini sono identici petali di un unico fiore, il mondo è un prato con splendidi fiori, peccato che alcuni adulti, con il loro egoismo riescano a fa germogliare i semi della zizzania”. Detto questo tese la mano verso Carlo che, unendosi a loro, si avviò in quel mondo di meraviglie, mentre l’addetto, pietrificato da un vago rimorso si chiedeva se per caso avesse lui avesse mai conosciuto la vera felicità.

Vito

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“Petali dello stesso fiore” by Vito Montalbò is licensed under a

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LA NOTTE DI HALLOWEEN

Torno a scrivere dopo un po di giorni di pausa, lo faccio con questo mio racconto terminato proprio questa mattina, forse un po lunghetto, forse stile fantastico, ma rispecchia alcune mie convinzioni.

Lentamente, la sera iniziava a vestire l’oriente con l’eleganza del suo abito scuro, fra poco avrebbe trapuntato la notte con un remoto pulsare di silenti, antiche sinfonie di vita. L’opposto orizzonte era ancora macchiato di luce, mentre nubi solitarie si affacciavano a divenir tela per le ultime pennellate di un tramonto già sopito. Luigi sembrava ipnotizzato da quello che si offriva al suo guardare, dinanzi a lui veniva rappresentato il declino, mentre altrove, altri occhi venivano rapiti in egual misura, dal supremo atto di un nuovo nascere. Il mare, adagiato in malinconico cullar di onde, sembrava intonare una sommessa nenia che parlava di apparenti fine, ma in realtà erano preludio a nuovi inizi. Un improvviso ultimo alitare di levante, distogliendolo da quell’incanto, gli donò un leggero fremito e guardando la pallida signora che diafana, sorgeva intimidita dal resistere di un ultimo lembo di rosso cielo, ricordò che era atteso per accogliere in festa, il giungere della misteriosa notte di halloween, una notte in cui sembrava che spiriti vagabondi alitassero aloni di magia che rapivano le menti. Un pò a malincuore decise di avviarsi, pensò di andar a piedi attraversando il grande parco, già la sera aveva sospinto il meriggio tra le insidie di un altro crepuscolo e poi voleva essere puntuale per quella che lui e gli amici ritenevano essere una meravigliosa festa. Stava già percorrendo un piccolo viale del parco, ormai l’oscurità, con l’ammaliare di fredde carezze, cercava di celare il tutto al guardare, mentre irti lampioni, che parean d’antico forgiati, in immobile posare di mitiche vedette che sapevan scrutare oltre l’ammantar di nebbie, gli recavan ferite di luce che chiaror spandevano, di freddo astro. L’echeggiar dei suoi passi, calpestando le avvizzite foglie reduci da un recente addio, molestavano l’udire con un graffiante crepitìo, amplificato da un vago silenzio e da una strana inquietudine. Un vento leggero orchestrava la triste nenia di fragili foglie ancor legate a rami sempre più spogli, ancor sorde al richiamo di quel destino che ha gravato l’autunno di un potere non voluto, quello del declino. Avvertiva una spiacevole sensazione, come se quelle foglie modulassero sospiri che si perdevano in un brusio di lontane maree attraversate dal confuso veleggiare di silenti vascelli. Arrestò il suo passo e si guardò intorno, i contorni di tutto sembravano perdere la loro nitidezza, come se stesse per svenire, ma aveva la certezza di star bene, i suoi occhi non lo stavano accompagnando nell’incoscienza. Un turbinar di nebbia ribollì in alto e lentamente scese fermandosi a mezz’aria, pareva che le nuvole del cielo, scompigliate da un arruffar ventoso, si fossero riunite a formar schermo. Importunandolo, un ronzio  si diffuse nell’aria, mentre dinanzi ai suoi occhi, il nebbioso muro sospeso aveva cessato la sua turbolenza e veniva attraversato da riflessi di lontani bagliori, simili ad un giunger sbiadito della luminosa essenza di un mondo che nasce. In lui si creò una netta dualità tra la ragione che suggeriva un fondato timore, e la sua parte più interiore che distillava preziose gocce di serenità. Su quello schermo irreale, iniziarono a scorrere inizialmente in maniera sfocata, immagini quasi olografiche, come se alcune menti materializzassero i loro pensieri. Vide tante zucche di halloween sinistramente illuminate dal loro stesso sorriso, un ghigno beffardo di chi sa di ottenere quello che vuole, mentre attorno ad esse, erano suoni, canti e balli, tante persone in sfrenato divertimento, parevan cadute in un oblio senza tempo. Lentamente quella visione svanì, mentre sovrapponendosi ad essa se ne formò un’altra. Quello che vide lo rattristò molto, un vecchio cimitero costellato dalla fievolezza di fiochi lumini che, nonostante fossero quasi giunti al termine del loro luceare, cercavano di rapire al buio parti di sé. I pochi fiori che avevan pretesa d’adorno, erano mestamente chini e immersi nel ricordo di quando, irti e fieri reggevano lo sguardo del sole e il loro profumo era causa d’un ronzar festoso. Ora eran spogli steli che avevan pianto quasi tutte le lacrime, stanchi petali che cadevano per donare il loro ultimo calore al freddo marmo. Faceva germogliare una infinita malinconia, il guardare quelle tombe ricoperte di aghi di pino ormai ingialliti, anche le immagini di coloro che giacevan in mortal riposo sotto la coperta della terra, erano d’opaco patinate. A Luigi vennero in mente i suoi nonni che riposavano in eterna dimora, al cimitero del suo paese, da tantissimo tempo non andava a render loro omaggio, con la sua visita. Improvvisamente, come se provenissero dal nulla, tante voci, fuse in una sola, echeggiarono in tutti i cantoni che il suo udito poteva percepire: “So che fa male, vedere come riduce l’abbandono, vi fate ammaliare dalle lusinghe di divertimenti e feste che appagano l’stante, ma come il transitar di voraci orde di cavallette, lasciano poi il nulla. Scomparso è dalla vostra mente il rispetto nei nostri confronti ma, ricorda, voi siete qui, perchè noi siamo stati, altrove ora noi siamo, ma i riflessi del vostro essere, giungono sbiaditi e circondati d’oscuro alone”. Terminate queste parole, s’udì nell’aria un forte rumore simile al suono di un accordo di chitarra ascoltato a rovescio e tutto svanì, ora s’udiva solo il melodiare d’un coro di foglie dirette dal vento. Luigi sorrise ai propri pensieri, i suoi amici lo avrebbero atteso invano decise di tornare indietro. Il giorno dopo un mazzo di freschi fiori e le sue lacrime, adornarono la tomba dei suoi nonni.

Vito

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Raccolgo l’invito di alcune amiche e pubblico la mia lanterna della pace. Sono convinto che la pace a livello mondiale non sia utopia ma bisogna percorrere tanta strada, l’importante e avviare il primo passo.

VAGA L’AMOR

 

 

 

Vaga l’amor errando, tra le brezze del mattino,

tra le valli in festa, di candor di gelsomini,

tra aulenti primavere che sul brullo san alitare,

macchiando di vita, la resa d’un monotono sopire.

Vaga l’amor tra le pieghe di sere silenti,

ad origliar le mute note d’uno spiraglio di luna

e carpir fonti, che romantiche essenze san zampillare,

per dissetar cuori, accesi da incrociar di sospiri.

Vaga l’amor sfuggendo, ad autunnali, antiche malinconie,

quando il vento, sfumando il suo vociar di lamento,

induce l’ondoso cavalcare, a divenir placido manto,

mentre piovigginoso cala, un ammantar d’orizzonte.

Vaga l’amor, tra lo scivolar di passo di miti lontani,

di giovani amanti che d’eterno han vestito una poesia,

scritta all’ombra d’un arboreo frusciar ventoso,

dal dettar di labbra, unite nel fremere di mille baci.

Vaga l’amor felice, tra il chiaror d’aurora degli occhi tuoi,

che in sontuoso sorgere, albeggia le valli del tuo sorriso,

dove giungono, in udir festoso, gli echi del cuore tuo,

che rintocca le ore, dell’eterno scorrere del suo tempo.

Vito

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LETTERA A MIA MOGLIE

06.11.1986 – 06.11.2011, Vincenza e Vito, venticinque anni d’amore lungo il percorso della vita…

Parafrasando un bella canzone dei Pooh mi vien da dire:  …e dopo 25 “primavere” ci diciamo ancora “si” davanti al piatto di ogni giorno…

Dopo una ventina di giorni di assenza ritorno per un attimo a rendere partecipe gli amici, di questa nostra gioia. Per la prima volta non inserisco una grafica da me assemblata, ma ho unito insieme, due graditissimi doni ricevuti dall’amica Rosa e dall’amica Sabry…… Grazie di vero cuore!  Ringrazio chi, durante il mio periodo di asseza dal blog, ha in qualsiasi modo, lasciato i suoi saluti, ci rileggiamo dopo l’undici settembre………… un fraterno abbraccio a tutti.

Assorto nelle ipotesi di future prospettive, avvolto da una silente monotonia, percorrevo i tortuosi sentieri degli interrogativi della vita. Suoni distratti, come lontano echeggiare, facevano breccia nell’alone delle mie proiezioni, giungendo ovattati alla porta della mente. Mentre i miei passi attraversavano la via di un istante, come carezza di nuvola, l’ala del tuo sorriso è planata nei pressi del mio cuore, alimentando melodiche vibrazioni e nella calda luminosità dei tuoi occhi, ho visto un riflesso che, con potere di veggenza, ha disciolto al guardare, il nebbioso
velo dell’avvenire. Non figlia dell’istantaneo saettare del dardo scoccato dall’alato arciere, è stata la scintilla che ha acceso l’amore, ma del progressivo, inevitabile maturare di una certezza. Strano come sia diversa la vita, quando la luce di un amore calpesta le ombre. Spesso, aprendo la finestra dei ricordi, osservo noi, seduti
su di una pietrosa panchina, dinanzi al sussurrato sottofondo dei sospiri delle onde dell’amico mare e al suo adagiato orizzonte macchiato di sole. Eravamo schiavi di
una atmosfera d’incanto, dove rondini in disordinato volteggiare, accarezzavano i nostri progetti di vita, fedeli compagni di percorso fino alla sacralità del coronamento di un sogno ambito: termine di due strade, inizio di un lungo viale. Rivedo istantanee celebranti un amore quando, fermo ai piedi di una solennità e soggiogato dalla maestosità di una emozione, ho atteso la tua visione stagliarsi  contro l’abbagliare di una luce. Quando i miei occhi hanno accolto il tuo sorriso
vestito di bianco che si avvicinava a me, circondato dalle nuziali note di una eterna melodia, soavi pensieri, con la vellutata delicatezza di selvatiche orchidee, hanno percorso la mia interezza. Il calore della tua mano tesa, quasi con ipnotico rapire, mi ha trasportato in breve viaggio, fino alla mèta del nostro tremante, commosso: “SI”, sillaba immensa che ha racchiuso le nostre vite, nell’inviolabile scrigno dell’amore. Frammenti di cielo, in perfetta coesione con l’eco dei nostri sogni, hanno cementato con solida stabilità, chianche di adorno a lastrico della via che un benevolo fato ci invitava al percorso. Un posto a te alieno ha ospitato l’inizio del nostro viaggio e se una lieve, naturale tristezza, per l’assenza di consolidati affetti,
rapiva zone del tuo viso, il chiarore del tuo luminoso sorriso, ne diveniva il suo nascondiglio, tradito solo da due occhi in lucida commozione. Quanta eternità nell’istante in cui, la certezza del miracolo della vita, si proponeva in te, uno svolazzare di infinite emozioni, sorrisi e lacrime in un abbraccio senza fine, frasi di gioia in assemblaggio con parole non dette, un vortice d’amore nel quale perdersi tenendosi per mano, per poi ritrovarsi seguendo il filo di una certezza: un figlio. Fonte che zampilla tenerezza, era l’anatomico modificarsi del tuo aspetto, il timido origliare sul tuo ventre, per captare l’impercettibile suono della vita in lento fiorire e assaporarne ogni istante. Per due volte, senza badare al naturale soffrire, dal
cielo hai rubato una stella per donarla ai nostri occhi, tremule fiammelle che, diventando fuoco vivo, rischiarano la nostra vita, disseminando di luce, quel nostro cammino che si inoltra per le vie del futuro. Venticinque primavere hanno  sussurrato la gioia di mille risvegli ed innumerevoli volte, il sole ha viaggiato da un’alba ad un tramonto, mostrando un bonario sorriso nel vederci sempre uniti. Cieli plumbei, che prevedevano un oscurarci, sono sempre stati trafitti da accecanti strali d’amore, potente arma che sempre ha riempito la faretra del nostro sentimento e che, come mitica, guardinga sentinella con occhi che mirano lontano, rimarrà a presidio della nostra esistenza, che percorreremo mano nella mano, sino ai confini del giorno che muore.

Vito

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